Dopo il sequestro dell’operatore umanitario americano in Pakistan, la sua famiglia ha avviato una delicata negoziazione nella speranza di garantirne il rilascio. Ma poi hanno saputo che era stato ucciso – durante l’attacco di un drone statunitense.
Non appena ha risposto al cellulare, lo scorso aprile, e ha sentito la voce di sua sorella Jen, Alisa Weinstein ha capito di che si trattava. “È stato confermato” ha detto Jen. Alisa è rimasta immobile ai piedi del letto nel suo appartamentino di San Francisco; solo un attimo prima, si stava preparando per andare al suo lavoro di ricercatrice presso la Uber. Sapeva di cosa stava parlando sua sorella: il governo adesso aveva la certezza che il loro padre, Warren, era morto, giustiziato dai suoi carcerieri jihadisti. Ricorda di essersi sentita come se stesse per “accasciarsi”, ma di essere subito “entrata in modalità automa”. Aveva detto a Jen di non voler ascoltare i dettagli. Non voleva pensare a come fosse stato ucciso.
Più tardi quel giorno Alisa scrisse questo messaggio sul telefonino ad un amico: “Come tieni occupato il cervello?”, chiedendosi come avrebbe trascorso le cinque ore di volo verso Washington, per raggiungere Jen e sua madre Elaine. Seduta nell’aereo, era assalita da immagini da incubo – suo padre che attendeva l’esecuzione, suo padre che era stato ucciso con un colpo d’arma alla testa, suo padre a cui stavano tagliando la gola, suo padre decapitato.
Per più di tre anni e mezzo, sin da quando Warren, che lavorava nello sviluppo economico, era stato rapito in Pakistan all’età di 70 anni, aveva lottato per tenere a bada queste immagini. Ora la assalivano. Quello che aveva a lungo immaginato e di cui era riuscita a convincersi che non sarebbe accaduto, ciò che aveva pervaso il suo sonno e l’aveva fatta sobbalzare svegliandola, ora era diventato realtà. Cercò di immergersi nel mondo dei film che offriva la linea aerea, ma non riusciva a non pensare alla probabilità che, una volta atterrata, avrebbe scoperto che era stato diffuso un video dell’uccisione del padre. Non lo avrebbe mai guardato, ma non sarebbe mai riuscita a dimenticare che esisteva – e temeva che il fatto di esistere sarebbe stato così potente da sopraffare tutti i ricordi che aveva di lui.
Al gate dell’Aeroporto Internazionale di Dulles, Alisa vide la madre, capelli argentati, viso rotondo, accompagnati da agenti dell’FBI della squadra che era stata assegnato al caso di Warren e alla sua famiglia. Elaine la abbracciò e mormorò: “Mi dispiace. Avevi ragione. Ero io che mi sbagliavo”. Sua madre si stava scusando per aver nutrito troppe speranze, come se questo avesse alimentato l’ottimismo di Alisa. Ma i cattivi presentimenti di Alisa avevano sempre fatto concorrenza alla sua convinzione che il padre sarebbe tornato a casa vivo. Fu solo mentre lasciavano l’aeroporto in macchina, accompagnate da due degli agenti, che Alisa seppe perché così non era stato.
Nessun colpo a bruciapelo, nessuna decapitazione. Suo padre, ben in carne e alto un metro e 65; suo padre, il “coniglietto della Duracell”, come lo chiamavano in famiglia, che non intendeva andare in pensione prima dei 90 anni; suo padre, eternamente affascinato dalle culture straniere, che si trovava in Pakistan per contribuire a portare avanti la parte della politica americana per la “conquista dei cuori e delle menti”, era morto accidentalmente durante quella che un agente seduto sul sedile posteriore l’aveva informata essere stata un’”operazione di controterrorismo”. Alisa comprese quella frase: suo padre era stato ucciso dall’attacco di un drone americano.
Nel 2004, Warren Weinstein era stato assunto come contractor per sovraintendere ad un progetto, finanziato dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, per istruire e fornire consulenza a contadini, falegnami, minatori del marmo e gioiellieri pakistani, e per favorire la crescita imprenditoriale. L’impegno rientrava nei molti miliardi di dollari che il governo americano aveva stanziato per aiuti non militari al Pakistan dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, con il labile obiettivo di generare buona volontà in un paese in cui i due terzi della popolazione, secondo i sondaggi del Centro di ricerca Pew, vedono negli Stati Uniti un nemico.
All’inizio, l’ingresso principale della casa di Weinstein a Lahore era presidiato da una sola guardia armata. Elaine era andata a trovarlo per qualche mese e aveva pensato di raggiungerlo definitivamente; Weinstein riteneva che il Pakistan non fosse abbastanza sicuro o confortevole per lei. Però lui si spostava all’interno di tutto il paese anche quando i ribelli islamici avevano cominciato a compiere sempre di più attacchi suicidi. Nel 2008, nella capitale Islamabad, era stato attaccato il Mariott Hotel, uno dei preferiti dagli occidentali e in cui spesso alloggiava anche Weinstein. I terroristi avevano fatto saltare in aria un camion di esplosivi vicino all’entrata, uccidendo almeno 50 persone e ferendone più di 250. Alla fine del 2008, un altro contractor americano che lavorava per promuovere lo sviluppo economico era stato ucciso a Peshawar, dove Weinstein si recava spesso. L’anno successivo fu fatto saltare in aria in quella città un altro albergo frequentato da occidentali.
Nel gennaio del 2011, un contractor della CIA uccise due pakistani sparandogli in una via di Lahore non lontano dalla casa di Weinstein. Esplosero manifestazioni contro gli americani. Quel maggio – tre mesi prima del rapimento di Weinstein – il governo degli Stati Uniti annunciò che i Navy Seals avevano ucciso Osama Bin Laden e ne avevano gettato il corpo in mare. Molti pakistani protestarono contro l’operazione militare americana svoltasi sul suolo sovrano del Pakistan.
Gli Stati Uniti stavano facendo un uso intenso degli attacchi con i droni in Pakistan, soprattutto nell’Area Tribale di Amministrazione Federale, nota come FATA, una regione che è una roccaforte dei Talebani e di Al Qaeda. Gli attacchi, con i loro danni collaterali e le morti di civili, accendevano la collera dei pakistani. Nella sua casa Weinstein aveva due guardie armate sempre in servizio. “Avevo una terribile sensazione di nausea”, ha detto Alisia, ricordando i mesi dopo l’uccisione di Bin Laden. “Per come era avvenuta, per come in America era stata festeggiata. Io e mio padre ci sentivamo al telefono tre o quattro volte al giorno. Gli dicevo: ‘Penso che morirei, letteralmente, se ti accadesse qualcosa’”.
Ma Weinstein sembrava sentirsi protetto per il fatto di aver abbracciato con passione i costumi pakistani – aveva imparato l’urdu, indossava le lunghe tuniche pakistane e aveva persino sostituito la sua semplice fede nuziale d’oro con un anello matrimoniale in stile pakistano, d’argento con una pietra. Si sentiva rassicurato anche dalla sua missione, che era quella di apportare un cambiamento attraverso un impegno pacifico. Alisia ha detto che lui pensava al suo lavoro come a un modo “perché le persone buone nel mondo si ritrovassero per collaborare”, per creare più posti di lavoro e meglio pagati – “alternative al percorso fondamentalista”.
Dal Togo allo Sri Lanka, Weinstein aveva dedicato i trent’anni precedenti della sua carriera a incoraggiare lo sviluppo economico. Aveva lavorato per i Corpi di Pace, direttamente per l’USAID, per il Gruppo della Banca Mondiale e come contractor. E tutto quello che aveva incontrato sulla sua strada l’aveva pervaso di entusiasmo. La modesta casa di famiglia nella periferia di Rockville, Maryland, fuori Washington, era stracolma di statuette e lance e lampade di sale e armadi pieni di abiti tradizionali – boubou e salwar kamiz. “Sono in estasi” Weinstein scriveva ad Elaine nel 1979 da Niamey, l’assetata capitale del Niger, “perché mentre scrivo questa lettera, alla radio si sente il mullah che recita il Corano con quel canto monotono che amo e che dà mal di testa”. Durante la sua adolescenza a Brooklyn, frequentava una yeshivah ultraortodossa e voleva diventare rabbino. “Canta solo che Dio è l’unico”.
Elaine incontrò Weinstein nel 1967, quando viveva con i genitori nel Bronx e faceva la maestra elementare. Avendo abbandonato il sogno di diventare rabbino, stava prendendo il dottorato in Diritto Internazionale dell’Economia alla Columbia. “Era deluso dalle religioni organizzate”, ricordava lei, “ma non ha mai smesso di credere. Non gli serviva un tempio. Diceva sempre che si può pregare sotto un bell’albero”. Il padre di lei faceva il sarto; i suoi genitori non erano mai usciti dall’enclave ebraica delle Catskills. Ma come moglie di Weinstein si era presto ritrovata in Burundi alla fine degli anni ’60, dove lui stava completando la sua ricerca per il dottorato, e dove, una domenica, andarono a messa in una chiesa di campagna. “E’ stato sorprendente” ricordava “i canti e il suono dei tamburi, e al momento della Comunione Warren si alza – quel dolce ragazzo ebreo! Io dico, ‘Non puoi, non sei cattolico’ e lui ‘invece va bene, è Dio, io sono commosso’. E io dico ‘siediti’. Questo era Warren”.
Nei primi anni ’80, quando le loro due figlie erano giovani, la famiglia aveva vissuto due anni a Lomé, la capitale del Togo. Weinstein, in quanto responsabile del Corpo di Pace in questo paese dell’Africa occidentale, indossava il suo boubou e andava in giro per i villaggi, dove alcuni dei volontari del suo Corpo di Pace stavano insegnando ai contadini che dissodavano i campi con le mani l’aratura con gli animali. Ma quei pochi anni in giro per il mondo insieme rappresentavano l’eccezione. Elaine adorava lo spirito di Weinstein, i suoi giri per unire ciò che era diverso, ma non lo condivideva. Lei apparteneva a casa. Le ragazze crescevano a Rockville, mentre Weinstein viaggiava per sei o otto settimane consecutive, promuovendo le aziende delle zone povere del pianeta. Anche molto dopo, con Alisa che si stava specializzando a Chicago e Jen sposata, con due bambini, e stabilita in un altro sobborgo di Washington, Elaine scelse di non vivere a Lahore con Weinstein; lui tornò a Rockville diverse volte ogni anno, mentre lei era costantemente presente con i suoi nipotini. La voglia di viaggiare era sempre appartenuta a Warren.
Pacata e riservata, Elaine non aveva idea di cosa fare quando scoprì che suo marito era stato rapito, il 13 agosto 2011. Il capo di Weinstein, Kevin Murphy, il presidente di una società americano per lo sviluppo che aveva contratti con l’USAID e con altri enti benefici in tutto il mondo, la sera la chiamò e le disse che avevano preso Weinstein. Ancora nessuno aveva rivendicato l’atto. Neanche Murphy, che in quel momento era a Bogotà e che aveva saputo della situazione da un impiegato pakistano, sapeva cosa fare. Il governo americano non aveva dato indicazioni. Neanche la USAID o il Dipartimento di Stato avevano contattato Elaine o la compagnia per fornire consigli, anche se l’ambasciata americana in Pakistan era venuta a sapere del sequestro subito dopo che era avvenuto. (Il Dipartimento di Stato e l’USAID si sono astenuti da commenti, appellandosi alla tutela della privacy).
Elaine entrò in uno stato che ha descritto di “panico controllato”, un misto di orrore e confusione e una calma esteriore che non riusciva a spiegarsi. Dopo la telefonata di Murphy Elaine andò a casa di Jen, quella che divideva con suo marito Carl. Erano circa le 22. Jen, che allora aveva 39 anni, lavorava all’assistenza clienti in un negozio di arredamento e non era al dentro della cultura politica di Washington più di quanto non lo fosse Elaine. Fece il 411 e disse che aveva bisogno di parlare con l’FBI – non era sicura che fosse l’agenzia giusta. Si affrettò a spiegare: “Mi serve un numero a cui mi risponda qualcuno, hanno rapito mio padre, vive in Pakistan. Mi serve qualcuno”.
Intorno alle 8 di mattina, una mezza dozzina di agenti degli uffici del Bureau di Washington e di Baltimora occuparono la casa di Jen. Quel pomeriggio Alisa, allora trentasettenne, arrivò a casa da Chicago. La famiglia disse che gli agenti sapevano poco su quello che era successo a Weinstein e quasi niente del Pakistan in generale. Spiegarono però alla famiglia che doveva prepararsi alla prima telefonata dei sequestratori, ha detto Jen – chiunque avesse risposto avrebbe potuto sentire in sottofondo che Weinstein veniva torturato. Nelle settimane successive gli agenti furono una presenza costante a casa di Jen. I giorni però passarono senza una parola dai sequestratori, senza nessuna informazione affidabile se non quello che aveva scoperto Murphy: nell’oscurità che precede l’alba, un gruppo di circa otto uomini era penetrato a casa di Weinstein, qualcuno arrampicandosi sul muro di cinta mentre altri cercavano apparentemente di convincere con l’inganno le guardie ad aprire l’entrata principale. I rapitori avevano colpito Weinstein alla testa con una pistola, lo avevano trascinato giù per le scale, sanguinante, ed erano fuggiti. Non avevano preso le sue medicine per la pressione e per l’asma, e neanche i suoi occhiali, il che terrorizzò ancora di più la moglie e le figlie.
I sequestratori erano dei Talebani? O appartenevano ad Al Qaeda? Era un gruppo di semplici criminali indipendenti – e se sì, avevano già venduto Weinstein ad un’organizzazione jihadista? Mentre le settimane passavano senza che fosse fatta chiarezza, Elaine e Jen riuscivano in qualche modo a respingere le visioni peggiori. Ma Alisa no. Alisa – la figlia che si considerava la bimba di papà, che si era avventurata lontano da casa, non così lontano come suo padre, ma era andata a lavorare in Oregon come giornalista e poi a prendere il master in design, la figlia che sentiva che nessuno al mondo la capiva come lui e che parlava con lui di tutto, dalla politica americana in Asia meridionale alla sua speranza di trovare un fidanzato – lei si consumava nell’immaginare il suo terrore quando in casa, svegliandosi, si era resto conto di quanto stesse accadendo. Era ossessionata dal pensiero di suo padre raggomitolato sul pavimento di una grotta mentre gli dicevano “Non importa a nessuno di te. Nessuno ti sta cercando”. Dormiva accanto alla madre, e prendeva un sonnifero ogni sera per “fermare la mente”, diceva. “Mi sentivo inutile, completamente devastata, sempre esausta. Gironzolavo parlando ad alta voce senza rendermene conto. “Dov’è? Dov’è?”
Al Qaeda diffuse un video tramite il suo braccio pubblicitario il 1° dicembre 2011, quattro mesi dopo il rapimento, la prima comunicazione significativa da parte di chi rivendicava di tenere in ostaggio Weinstein. “Dico ai soldati di Al Qaeda che sono prigionieri e ai Talibani: ‘Noi non vi abbiamo dimenticati’”. Questa ha detto Ayman al-Zawahiri, il leader dell’organizzazione dalla morte di Bin Laden. “E per liberarvi abbiamo preso in ostaggio l’ebreo americano Warren Weinstein, un ex impiegato e attuale contractor del governo americano per il programma di aiuto americano in Pakistan, che cerca di combattere la jihad in Pakistan e Afghanistan”. Ma il video non mostrava immagini di Weinstein, nessuna prova che Al Qaeda lo trattenesse veramente. Dopo di allora, silenzio da parte di Al Qaeda. La famiglia non ebbe notizie né tramite dall’FBI né da aktru settori del governo americano. Per allora, la famiglia stava lavorando con uno specialista in sequestri di base a Londra, elemento di un team che aveva gestito numerosi casi a livello mondiale. (L’esperto chiese di essere identificato semplicemente come un uomo K&R – Sequestro e Riscatto – per preservare la capacità di poter lavorare nel suo campo). Racimolò quello che poté tramite i suoi contatti nella regione, ma trovò poco. Elaine e Jen e Alisa cercarono tutte di trovare conforto nell’idea che Weinstein non fosse un ostaggio che veniva torturato ma piuttosto un prigioniero che aveva conquistato i propri rapitori, addolcendo i loro cuori con il suo rispetto per la loro fede e la sua conoscenza della loro storia e cultura. La famiglia condivideva una battuta che sfiorava la convinzione: “Che sta facendo adesso?” ricordò Alisa. “Li sta arruolando nello sviluppo economico invece che nella jihad. Li sta aiutando a elaborare un progetto sulle piccole imprese”.
Il 1° aprile 2012, 233 giorni dopo la scomparsa di Weinstein, Elaine fu svegliata dopo mezzanotte dal suono del suo cellulare. Un uomo le parlò in un inglese ingarbugliato. La sua mente rabbrividì per la paura di commettere qualche errore che lo facesse riagganciare. Non riuscì a decifrare molto di quello che stava dicendo tranne che voleva 50 milioni di rupie pakistane – più di 500.000 dollari. Poi la linea si interruppe.
Due settimane dopo arrivò una valanga di telefonate, anche in questo caso a malapena comprensibili, finché gli uomini che dichiaravano di avere Warren suggerirono di usare la messaggistica istantanea.
In pochi giorni, sul laptop di Elaine iniziarono a comparire messaggi istantanei: “Signora, è in linea?” e poi “Siamo le guardie di Warren, vogliamo liberarlo”.
Elaine era seduta al tavolo da pranzo attorniata da Jen e da una manciata di agenti dell’FCB. Lo specialista K&R le dava consigli per telefono tramite un auricolare.
“Warren è lì?” scrisse Elaine.
“No, non è qui perché ci sono molti pericoli”.
C’era una buona possibilità che la spiegazione fosse vera. I suoi rapitori probabilmente stavano nascondendo Weinstein all’interno della FATA o lì vicino e potevano aver dovuto lasciare il nascondiglio in cui si trovavano per connettersi ad Internet. Sembrava plausibile che fosse troppo rischioso portarsi dietro Weinstein, con i droni americani che volteggiavano e con i loro soci – non avevano detto a quale gruppo appartenevano – probabilmente all’oscuro del loro piano di negoziare il suo rilascio. Elaine chiese una prova del fatto che suo marito fosse realmente nelle loro mani. Arrivò la risposta: “Domani le manderemo una foto e una registrazione”.
Durante le ore di attesa, alimentava la speranza e poi la scacciava; non si era mai sentita così impotente. Ma il giorno seguente arrivò via mail una fotografia – Weinstein in tunica bianca su uno sfondo azzurro anonimo, con le guance emaciate e coperte da una barba a ciuffetti. La fotografia non portava data. Non c’era audio. “Come faccio a vedere che ora sta bene?” scrisse. “Devo sapere che è con voi adesso”.
I rapitori scrissero per messaggio che c’era “qualche problema tecnico”. Le avrebbero fornito presto la prova.
“Per favore, dite a Warren che lo amo”, scrisse mentre loro chiudevano la trasmissione.
“Ok, non si preoccupi per Warren. Gli dirò che lei ha detto di dirgli che lo ama”.
“Elaine”, sentì Weinstein dire nell’audio che loro mandarono il giorno dopo, insieme ad una foto con la data in un angolo. “Volevo farti sapere che sto bene”. La voce arrivava smorzata e sgranata. “Il tipo con cui sto, come ti ho detto, penso che in fondo sia un bravo ragazzo”. Dalla voce sembrava controllato oppure completamente sfinito. “Questo tipo sta davvero cercando di mettere insieme qualcosa”, continuò, “per liberarmi da questo posto”. Elaine disse a se stessa che il suo tono monotono non era importante. Era vivo.
Durante le negoziazioni con i rapitori, l’uomo K&R, che presto sarebbe volato a Washington per sedere accanto alla squadra intorno al tavolo di Elaine, continuò a guidarla per telefono in tandem con gli agenti. A volte lui e loro erano in disaccordo, ma l’obiettivo di tutti era quello di arrivare ad un accordo lentamente, per tenere il riscatto all’interno di un margine che la famiglia potesse gestire. La politica statunitense proibisce alle famiglie di pagare riscatti ai terroristi. Ma questo divieto non ha mai contato molto – anche se il governo di per sé non avrebbe mai pagato né trattato per prigionieri jihadisti in cambio di prigionieri civili. (Da allora il governo ha chiarito che non perseguirà le famiglie che paghino per riavere i propri cari.)
Elaine aveva fatto un prestito sulla casa nella speranza di coprire il riscatto; se poteva, voleva evitare di venderla. Le confuse richieste dei rapitori spaziavano dal milione di dollari a più di 5 milioni.
“Sono un sacco di soldi”, scrisse. “Sono una donna anziana”.
“L’età non impedisce di avere soldi”.
“Ho un po’ di soldi che posso darvi perché liberiate Warren”.
“Ci dica quanti sono”.
Riluttante, diede ascolto al consiglio che le era stato dato, anche se avrebbe voluto iniziare con qualcosa di più alto. “Ho 21.820 dollari per liberare Warren”.
“Impossibile, è poco”.
Fissò lo schermo. “Ci siete?” chiese.
“Sembra uno scherzo. Ok, non vuole liberare Warren”.
“Sono mortificata, ma questo è quello ho. Ci siete?”
“Sì. Se non accetta la nostra richiesta chiudiamo le comunicazioni”.
Durante lo scambio, in seguito lei disse che le serviva tempo per mettere insieme più soldi. Loro chiesero quanto tempo. “Se non ci dà i nostri soldi” scrissero “vedrà che cosa succederà a Warren”.
La trattativa durò giorni, con le offerte della famiglia che salirono fino a 120.000 dollari. Elaine insistette sulla prova che lo trattenessero ancora. “Per favore, chiedete a Warren: dove ha incontrato Warren per la prima volta Elaine?”
“Prima o dopo il matrimonio?”
“Prima del matrimonio”.
Dopo un paio di giorni arrivò la risposta: “Elaine, ci siamo incontrati nel campus dell’università nella parte alta della città… Io pensavo che anche tu insegnassi all’università… Credo che avessi il raffreddore”.
Provò un profondo sollievo, di nuovo, che lui fosse ancora vivo, e registrò e inviò un audio messaggio, cercando, all’inizio, di tenere il tono alto: “Ciao Warren. Grazie per il racconto su come ci siamo incontrati. Ti ricordi allora! Sto lavorando per riportarti a casa il prima possibile. Ti amo”.
A quel punto le negoziazioni accelerarono. Sembrava che i rapitori acconsentissero ad un riscatto di 243.000 dollari, e l’uomo K&R si rivolse ad un pakistano con cui aveva lavorato in precedenza e di cui si fidava per portare a termine lo scambio. La seconda settimana di maggio, l’intermediario pakistano, che chiese di non identificarsi per motivi di sicurezza personale, stava parlano al telefono con i rapitori. Questi sospettavano che fosse una spia; per essere sicuri che non li avrebbe consegnati agli ufficiali pakistani, lo costrinsero a recitare versetti dal Corano sull’onestà.
L’intermediario e i rapitori discussero riguardo a quanto si dovesse pagare prima della consegna, in modo che questi ultimi potessero corrompere le autorità che si trovavano sulla strada tra dove erano rinchiusi e la località sulla quale si sarebbero accordati per la consegna di Weinstein. La famiglia spostò i soldi in Pakistan e allora l’intermediario inviò 45.000 dollari via hawala, un sistema informale di trasferimento di denaro in uso nel mondo islamico e in India. Passò lentamente più di una settimana – richieste di anticipi di denaro, ripensamenti e assicurazioni che avrebbero rilasciato Weinstein. L’intermediario chiese un’altra conferma che avessero Weinstein e che fosse vivo. Poi una notte, il telefono di Elaine squillò.
Non riusciva a capire quasi niente, solo che era suo marito. “Warren? Warren? Pronto? Pronto?” La linea cadde. Ore dopo il telefono squillò di nuovo.
“Riesci a sentirmi?” disse Weinstein.
“Sì, ti sento, Warren. Ti sento”.
Elaine era seduta sul letto della stanza degli ospiti in casa di Jen, dove spesso dormiva in quelle giornate. Aveva svegliato Jen dopo la prima telefonata, e sua figlia, che aveva acceso un apparecchio per la registrazione, sedeva accanto a lei. Essere al telefono con lui era incredibile – era come essere assalita dal sollievo – tuttavia moglie e figlia restarono concentrate. Jen non le strappò il telefono di mano anche se desiderava farlo, e Elaine non dimenticò mai che i rapitori erano certamente in ascolto.
“Mi stanno dicendo che hanno avuto solo un po’ dei soldi”, disse Weinstein, “e se non li ottengono tutti non mi rilasceranno”.
Ma non era questo il patto, disse lei. Doveva sperare che lui capisse che le sue parole dure erano rivolte ai rapitori; forzò se stessa a credere che fosse così. “E’ pericoloso dargli soldi, Warren. Non ci rimarrebbe niente. Dovremo dargli tutti i risparmi della nostra vita. Continueranno a chiedere soldi finché non ne avremo più da dargli, e non credo che ti lasceranno andare. Perciò non so cosa dirti”.
“Chiedono quanto? 240.000 dollari?”
“243.000”.
“Sì. Se gli darai quei soldi, non credo che ne chiederanno altri oltre a quelli”, disse Weinstein. “Il tizio che è qui con me dice che se gli dai i soldi, mi porteranno a Islamabad, penso”.
“Non so che dire, Warren”. La linea si riempì di scariche, di colpi, un ritmo minaccioso. “Warren? Warren? Sei lì? Warren?”
“Sono qui” disse. “Elaine, penso che dobbiamo dargli i soldi – hanno chiesto di più dei 243.000?”
“Non hanno chiesto più di 243.000 dollari. Ma loro – “
“Dagli 243.000 dollari”.
“Warren, ho paura che si prendano i soldi e che poi non ti liberino per averne altri”.
“Non chiederanno altri soldi. Gli ho già detto che – “
“Mi hanno detto già due volte che ti avrebbero riportato. Me l’hanno promesso”.
“No, no, no”. Li difese, dicendo che l’intermediario gli aveva dato “solo una piccola cifra”.
“Hanno 45.000 dollari. Non è una piccola cifra”. Lei continuò: “Non sono venuti con te, Warren. Hanno detto che i soldi gli servivano per darli alle guardie e alla polizia, in modo da poterti portare giù senza correre rischi”.
“No, no, Elaine, quello che mi hanno detto fin dall’inizio è che a meno di non avere tutti i soldi, non mi rilasceranno”.
Continuarono, avanti e indietro, discutendo. Lei acconsentì a parlare con l’intermediario, ma aggiunse: “Non ho il controllo dei soldi. Non li ho in mano”. Disse: “Ce li ha lui. Ci sono, li aspettano”. Il suo tono di voce cambiò. “Ascolta, ti amo. Le ragazze ti amano. Faremo qualsiasi cosa per riaverti”.
“Mi dispiace di averti fatto questo”.
I rapitori mandarono presto a Elaine una e-mail con un video, nel quale Weinstein indossava una tunica nera. Aveva i capelli spettinati ma il suo tono era pacato. “So che per te è difficile, ma penso che dobbiamo fidarci di loro. Credo che mi libereranno e che manterranno la parola. Per favore, metti i soldi sul loro conto e qualche giorno dopo che li avranno ricevuti mi rilasceranno”. Fece un leggero cenno col capo, a conferma delle proprie parole. “Fidiamoci di loro. Penso, anzi, sono quasi certo che mi libereranno”. Continuò: “Mi fido del tipo che si è occupato di me. Penso che dobbiamo fidarci anche di loro”. Annuì di nuovo, con insistenza. “Ti chiedo per favore di farlo”. Poi: “Ti amo, e dì alle ragazze che gli voglio bene. E dì loro che qualunque cosa accada” – e di nuovo lo sottolineò con il capo – “le amo moltissimo. Sono sempre stato orgoglioso di loro e sempre lo sarò”. Queste parole gli rimasero intrappolate nella gola, e inclinò di nuovo la testa, trattenendo le lacrime e assumendo un’espressione risoluta.
Anche se l’uomo K&R li aveva messi in guardia su questo, la famiglia sentiva di non avere alternativa se non di trasferire i soldi. Nei suoi successivi colloqui con i rapitori, l’intermediario pakistano li fece giurare – sul Corano e secondo il Pashtunwali, un codice tribale del gruppo etnico pashtun – che avrebbero onorato la promessa di liberare Weinstein una volta che il denaro avesse cambiato di mano. Gli mandò 150.000 dollari, e qualche giorno dopo, all’inizio di giugno, seguendo le loro istruzioni, organizzò la consegna degli ultimi 48.000 dollari, in una borsa di nylon con la zip, a due uomini su una moto in una strada di Peshawar. Dopo che la moto si fu allontanata in velocità, l’intermediario ricevette una telefonata. Weinstein, vestito come una donna devota in burqa, il volto coperto, quella sera sarebbe stato portato in un hotel di Peshawar, dove si trovava in attesa un compagno dell’intermediario.
La famiglia attese di sapere che tutto era finito. Jen si rifiutò di cedere al visualizzare il ritorno a casa che sarebbe presto seguito – non ci avrebbe creduto finché non lo avesse visto in piedi davanti a lei. Ma Elaine e Alisa, che aveva raggiunto Rockville durante l’ultima fase della negoziazione, sì. “Riuscivo a sentire che mi appoggiavo a lui”, disse Alisa. Era stato detto loro che si sarebbero rincontrati in privato, ma immaginavano scene all’aeroporto come le tante che avevano vissuto quando Weinstein tornava dai suoi viaggi. Sarebbe emerso nel punto di raccolta dei gruppi familiari. “Aspettavo di vedere i suoi piedi” ricordò Elaine. “Non sempre riuscivo a vederlo sopra alle teste degli altri”. Era troppo basso per quello. “Ma avrei riconosciuto i suoi piedi. Sarei andata verso di lui. Un piccolo abbraccio. Un piccolo bacio. Nessuna scena madre. Avrebbe spinto da parte il carrello e aperto uno dei suoi borsoni proprio lì nel terminal, e avrebbe detto: “Ti ho portato dei cioccolatini”. Oppure una torta. Avrebbe detto: “Ho portato una forchetta per te, guido io così tu puoi mangiare”.
Il giorno dopo i rapitori hanno telefonato all’intermediario per dire che gli uomini in moto erano stati arrestati, presi dalla polizia nella reazione ad un attentato. La famiglia controllò; ed eccolo su Internet – 21 morti su un autobus vicino a Peshawar. I rapitori dissero all’intermediario che la situazione era troppo rischiosa per loro a Peshawar, che avrebbero portato Weinstein a Islamabad e lo avrebbero liberato lì, che si sarebbero rimessi in contatto per i dettagli di lì a due giorni.
Altri due giorni di attesa. Insieme agli agenti dell’FBI e all’uomo K%R, la famiglia guardava programmi di reality-tv . Cucina biscotti. In continuazione, in silenzio. Alisa recitava le preghiere più semplici.
Ma la telefonata non arrivò mai. I rapitori trovarono altre scuse e sollecitazioni per avere più contante, ma lentamente, alla fine dell’estate, non si fecero più sentire. La famiglia cominciò a crollare. La fenditura non si allargò subito. Ci volle un altro insopportabile anno di cose inutili, di mancate localizzazioni di Weinstein, figurarsi la liberazione.
Il giorno di Natale del 2013, Al Qaeda diffuse un altro video di Weinstein. Con indosso una tuta grigia, il volto emaciato e lo sguardo spento, si rivolgeva al presidente Obama e al Segretario di Stato John Kerry. “Nove anni fa sono venuto in Pakistan per aiutare il mio governo”, disse in tono inespressivo. “E adesso quando io ho bisogno del mio governo, sembra che mi abbia completamente abbandonato”. Continuava chiedendo ai media americani “di mobilitare l’opinione pubblica” e alla sua famiglia di fare tutto il possibile per convincere l’amministrazione a “proseguire in modo attivo la negoziazione” per il suo rilascio.
L’uomo K&R, come l’FBI, aveva lungamente detto alla famiglia di evitare le interviste con i media. Il pericolo, se avessero portato in pubblico il loro caso nel tentativo di spingere il governo a liberare in qualche modo Weinstein, era che i rapitori vedessero in lui una figura importante, il che avrebbe potuto aumentare il suo valore o farlo uccidere come trofeo. Ma adesso Elaine, Jen e Alisa erano spronate a superare le proprie paure. Concessero insieme intervite alla CNN, alla ABC e al Washington Post, poi spinsero per incontri alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato. All’inizio del 2014, loro tre incontrarono Lisa Monaco, l’assistente del presidente per la sicurezza interna e l’antiterrorismo; Kerry e l’ambasciatore James Dobbins, incaricato speciale per Afghanistan e Pakistan; Jeff Prescott, consulente del deputato del vice presidente Joe Biden per la sicurezza nazionale. Ad ogni incontro, Elaine mostrava in giro una fotografia incorniciata – Weinstein che abbracciava moglie e figlie e nipoti, tutti sorridenti – e Alisa si assicurava che tutti ricevessero una copia del curriculum del padre, in modo che tutti avessero davanti il suo lavoro a favore della politica estera americana.
L’amministrazione – chiedeva la famiglia – non potrebbe fare pressione sui leader pakistani affinché usino i loro canali occulti per trovare Weinstein e negoziare la sua libertà? Tutto lo sviluppo e l’aiuto militare che abbiamo dato al Pakistan non ci accorda una qualche influenza? E come – la famiglia premeva ancora e ancora –possono essere sicuri gli ufficiali che i droni americani non colpiranno il luogo in cui è tenuto nascosto Weinstein, qualunque sia?
La CIA ha condotto più di 400 attacchi di droni in Pakistan tra il 2004 e il 2014, secondo una ricerca del Bureau del Giornalismo Investigativo. Questi attacchi hanno ucciso circa 3900 persone, tra cui 960 civili. Molti di questi bombardamenti sono avvenuti nella regione jihadista in cui era probabilmente tenuto Weinstein. Jen, che agli incontri prendeva appunti, disse che Monaco aveva dichiarato alla famiglia che venivano osservati “gli standard più elevati”. Monaco disse che il governo aveva praticamente la certezza che né l’obiettivo né civili sarebbero rimasti uccisi o feriti negli attacchi. (Monaco e altri funzionari della sicurezza nazionale, e gli agenti dell’FBI che lavoravano con gli Weinstein, hanno rifiutato di rilasciare di interviste riguardo al caso.)
La famiglia era unita nella sfiducia riguardo a quanto detto, dall’insistenza del Dipartimento di Stato sui limiti dell’intelligence pakistana agli “standard più elevati” di Monaco. Ma mentre Alisa voleva mantenere Weinstein sotto i riflettori, per farlo vergognare a tal punto da fargli intraprendere qualche imprecisata azione che riportasse il padre a casa, Elaine e Jen erano terrorizzate che se avesse ricevuto troppa attenzione da parte dei media sarebbe stato ucciso per fare pubblicità alla jihad. “Volevo essere il canale per ciò che avrebbe voluto mio padre”, disse Alisa. Scriveva mail interminabili per convincere la madre e la sorella che la famiglia doveva prendere in considerazione una maggiore attività sui social media. Ma era messa in minoranza: Jen pensava che l’approccio della sorella fosse troppo rischioso. Alisa pensava che Elaine e Jen stessero vanificando gli sforzi della famiglia, che Elain fosse paralizzata da qualcosa di più del preoccuparsi per il marito. C’era in lei un autocontrollo compulsivo, una deferenza automatica nei confronti del potere. Alisa voleva un altro incontro con Kerry, disse, “e mi ricordo che mamma diceva, ‘Non voglio disturbarlo, gli abbiamo già tolto tempo per incontrarci, non voglio assillarlo’. E io le ho detto: ‘Semmai mi rapissero e mi trovassi da qualche parte in una grotta, spero che non ti preoccupereresti di essere un assillo. Spero che ti preoccuperesti di tirarmi fuori di lì’”.
Il 12 febbraio 2015, Elaine ricevette una telefonata da un agente FBI che conosceva bene. L’agente era in un caffè lì vicino con due colleghi e chiese di poter andare da lei.
“Notizie buone o cattive?”
L’agente non rispose.
Negli ultimi se mesi lo Stato Islamico aveva diffuso video di alto profilo delle decapitazioni di giornalisti e operatori umanitari occidentali. “Il panico”, raccontò Alisa, era che “Al Qaeda avrebbe compiuto le stesse azioni per dimostrare di essere ancora la più cattiva”. Quando gli agenti si presentarono alla porta di Elaine qualche minuto dopo, lei stava già tremando. Si sedettero insieme a lei sul divano del soggiorno e le dissero che la loro intelligence indicava che “gira voce”, ricordò, “che l’ostaggio ebreo sia stato ucciso”. L’informazione, aggiunsero, non era stata confermata, ma lei andò quasi sotto choc, tremando in modo incontrollabile. Non dissero niente su come potesse essere stato ucciso.
Passarono due mesi senza una parola di conferma. Elaine e Alisa lasciarono di nuovo spazio all’ottimismo. Il 22 aprile, degli agenti chiamarono di nuovo Elaine, chiedendo di vederla. E di nuovo si sedettero nel soggiorno. Stavolta, uno di loro si sedette accanto a lei, gli occhi sullo schermo dello smartphone. L’agente lesse una dichiarazione preparata che riferiva dell’incresciosa morte di Weinstein – tre mesi prima, a gennaio – in una ”operazione di antiterrorismo”, un eufemismo per un attacco di drone. Era come se usare un linguaggio vago potesse conferire un velo di segretezza, o un aspetto di negabilità, ad un programma condotto dalla CIA che tutti conoscevano. Gli agenti portarono Elaine in macchina a casa di Jen e dissero che presto sarebbero arrivati due alti funzionari della sicurezza nazionale per fornire tutti i dettagli di cui erano a conoscenza.
I funzionari sedettero di fronte ad Elaine, Jen e il marito di Jen al tavolo da pranzo e si scusarono tristemente, le spalle leggermente incurvate. Spiegarono che una “operazione” che aveva eliminato 4 terroristi in un compound di Al Qaeda, aveva ucciso – inconsapevolmente – anche Weinstein e un altro ostaggio, Giovanni Lo Porto, un operatore umanitario italiano che era stato rapito nel 2012. Centinaia di ore di sorveglianza non erano riuscite ad individuare che gli ostaggi erano tenuti nascosti nel compound, ma l’osservazione dopo l’attacco aveva riscontrato che veniva estratti dalle macerie più corpi di quanti non se ne aspettassero. I funzionari non specificarono se erano stati in grado di capire con chiarezza che tra i morti poteva esserci Weinstein. Non dissero cosa glielo avesse confermato in questi ultimi giorni. I funzionari srotolarono una cartina. Indicarono in modo impreciso una zona nella FATA in cui si era verificato l’attacco e poi la misera via. Questo fu quanto avrebbero mai rivelato.
La famiglia conosceva uno degli ufficiali dagli incontri precedenti, e Jen, con gli occhi luccicanti di lacrime, fece la domanda retorica, se la famiglia non avesse messo in guardia riguardo a questo esito. La famiglia non aveva supplicato perché si facesse attenzione? Non aveva implorato moderazione? Non aveva chiesto, “Se non sapete dov’è, come potete sapere dove non è?”. Anche gli occhi dei funzionari si riempirono di lacrime. Elaine non diceva quasi niente. “Ero furiosa, e forse è per questo che non parlavo”, disse in seguito. “Avevo paura ad aprire bocca. Sono stata cresciuta in un certo modo e non sarei diventata stronza. E’ un principio vecchio stile, ma mi sono comportata da signora per tutta la durata di questa cosa”.
Il presidente Obama chiamò dopo che i funzionari se n’erano andati. La linea era terribile; Elaine e Jen ascoltavano da derivazioni separate, e riuscivano a mala pena a sentire, con le dita sull’altro orecchio per chiuderlo. Alla sua contrizione e alle sue condoglianze risposero appena. “Quello che avrei voluto dire e quello che ho detto sono due cose diverse”, disse in seguito Elaine. “Dove diavolo era lei quando avevo bisogno del suo aiuto?” No, non potevo dire questo. E invece dissi “Grazie, signor presidente, grazie per aver chiamato”.
Il 18 giugno 2015 un portavoce di Al Qaeda nel subcontinente indiano pubblicò su Twitter una dichiarazione in urdu che Weinstein si era convertito e “studiava diligentemente l’islam”, che era trattato come un “caro anziano” dai mujaheddin e che il suo cadavere emanava una “misteriosa ma piacevole fragranza che catturava tutti”. Al testo, Al Qaeda accludeva una fotografia di Weinstein apparentemente preparato per una sepoltura musulmana, il suo volto barbuto avvolto in un sudario bianco. Su richiesta dell’uomo K&R Jen lanciò uno sguardo veloce alla fotografia online, confermando che era lui. Elaine e Alisa evitarono di guardare. Elaine aveva dubbi sulla conversione – “è probabile che stesse pregando con la voce in arabo e recitando una preghiera ebrea nella sua testa” – ma l’idea che Weinstein fosse amato dai suoi rapitori concordava con la storia che la famiglia si era raccontata per tutto il tempo.
Non molto dopo, disse Elaine, l’FBI chiamò per dirle che il governo era stato contattato da un gruppo che affermava di essere in possesso dei resti di Weinstein e chiedeva 3 milioni di dollari. L’FBI ammise che la sorveglianza americana – e ancora non pronunciavano la parola “drone” – aveva riscontrato in effetti, in un certo momento precedente, che la tomba di Weinstein era stata aperta. E dissero che era mandato del DNA – non spiegarono come avevano fatto e lei non lo chiese – che coincideva con quello che l’FBI aveva prelevato dalla sorella di Weinstein. Ma non c’era modo di pagare per il corpo di Weinstein, consigliò l’FBI, senza sollecitare l’uccisione di altri ostaggi, e Elaine non dissentì. “Quanto peggio può andare?” pensò. “Tutto quello che poteva andare storto è andato storto”.
Invece le cose continuarono ad andare storte. Il 20 agosto 205 il Wall Street Journal riportò che il corpo di Giovanni Lo Porto era stato recuperato dal governo italiano – come, gli italiani non lo avevano detto. Questo non fece ricredere gli Weinstein riguardo al tentare di negoziare per il corpo di Warren, ma erano tormentati dall’idea che il loro governo potesse aver saputo dove era sepolto e non aver fatto in modo di reclamarne il corpo. Poi, il 10 settembre, il Washington Post riportò che funzionari americani che non venivano nominati avevano detto che, un anno prima dell’attacco, la sorveglianza di un drone aveva forse individuato qualcuno tenuto prigioniero che poteva essere Weinstein. L’avvistamento era descritto come “poco convincente” e l’intero resoconto era poco chiaro, ma l’articolo suggeriva che il governo poteva non aver fatto tutto quello che poteva per trovarlo.
La CIA non rispondeva alle mie domande sul possibile avvistamento. Il governo restava praticamente muto riguardo a tutti gli aspetti del rapimento. Ma un ex funzionario e un attuale funzionario di alto livello del Dipartimento di Stato, entrambi con ampia esperienza in Pakistan e del caso di Weinstein, acconsentirono a parlare, ma chiesero di non essere nominati per delicatezza diplomatica. Sottolinearono quanto fosse difficile la missione di salvare Weinstein a causa del “controllo estremamente limitato” che il governo pakistano, come disse uno di loro, esercitava nella regione in cui veniva tenuto Weinstein e a causa dei rapporti tesi con il Pakistan, in particolare dopo il raid contro Bin Laden. “Bisogna ammettere il limite degli attrezzi che si hanno nella propria cassetta”, disse. Ma continuò con la descrizione di discussioni con i pakistani, “non riesco a pensare a nessun incontro in cui non abbiamo parlato di Warren. C’era competizione con altre questioni – problemi nucleari, tensioni tra India e Pakistan – ma Warren era sempre in prima posizione”. L’altro funzionario parlò delle carenze dell’intelligence americana. “I giorni e le notti che sono seguiti all’annuncio di aprile” disse, “ho passato molto tempo a pensare a come, con tutte le risorse del governo americano, la presenza di due civili – Weinstein e Lo Porto – non fosse nota. È deprimente e straziante”.
Finora l’amministrazione Obama non è riuscita ad accordarsi con Elaine riguardo all’indennità promessa ad aprile. La situazione di Weinstein era unica, ma c’è qualche altro caso simile che potrebbe indicare come stabilire una somma equa che la famiglia deve ricevere dal governo. La famiglia di Robert Levinson, un ex agente dell’FBI scomparso in Iran nel 2007 e mai ritrovato – mentre stava lavorando per la CIA, si dice – ha ricevuto 2,5 milioni di dollari dall’agenzia. A dicembre è passata una legge federale per risarcire gli americani, la maggior parte dei quali impiegati governativi, che erano stati presi in ostaggio nell’ambasciata americana a Teheran nel 1979. La legge prevede per quasi tutti i prigionieri una cifra fino a 10.000 dollari per ogni giorno di prigionia (La maggior parte era stata trattenuta per 444 giorni). Ma naturalmente Levinson non è stato ucciso dal proprio governo, e gli ostaggi dell’ambasciata sono tornati a casa vivi. Anche se la famiglia Weinstein non discuterebbe le soluzioni proposte dal governo, è comunque frustrata sia dalle offerte che dai ritardi. La famiglia ha suggerito che una soluzione simile a quella adottata per gli ostaggi in Iran risolverebbe le lunghe trattative.
Intanto Alisa continua a pensare a come sia morto il padre. Avendo saputo da Jen che nella fotografia della sepoltura il suo volto non sembrava ferito, ritiene che non sia morto sul colpo all’esplosione del missile, ma piuttosto più lentamente, nel fuoco che doveva essersi sviluppato, inalando fumo e soffocando. Spesso immagina i suoi resti decomporsi in una stanza vuota o in un fosso. “Sto cercando di separare la parte fisica dallo spirito di chi era mio padre”, disse. “Continuo semplicemente a dire a me stessa: è solo un corpo. Non è mio padre”.