Intervista a  Rita Russo e Giovanna Vidorno Motka su Travel Business

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Trascrizione dell’articolo pubblicato sul numer di febbraio 2020


Il sequestro di persona è un evento fortemente traumatico, anche per i familiari. Come affrontano una situazione di tale difficoltà? E al rientro della persona sequestrata, di quale supporto c’è bisogno? Cerchiamo Le risposte con Giovanna Motka e Rita Russo di Hostage Italia 

Quando Federico è stato rapito per me la cosa più importante era sapere che non venisse abbandona­to”. A parlare è Giovanna Motka, mamma di Federico Motka, il cooperante italiano rapito in Siria il 12 marzo 2013 mentre lavorava per l’organizzazione umanita­ria non governativa francese Acted e rimasto in mano dell’lsis per 14 mesi, fino a quando fu rilasciato, il 26 maggio 2014. 

Nel caso di un sequestro, a essere travolti, sono anche i familiari degli ostaggi. Come vivono i giorni del sequestro? Di quale supporto hanno bisogno? I familiari, in un certo senso, diventano essi stessi pri­gionieri. Prima di tutto dell’incredulità di vivere tale esperienza, dell’incertezza, del senso di impotenza, e dell’ansia legata all’atte­sa. “Ho vissuto l’attesa con lo stesso stato di angoscia in cui pensavo vivesse mio figlio” ci ha raccontato Gio­vanna. 
Ogni sequestro è vissuto in modo personale e sog­gettivo da parte sia del se­questrato sia dei familiari, per i quali, nell’attesa, è di fondamentale importanza restare in contatto con chi si sta occupando del se­questro. “Quando Federico è stato rapito, l’Unità di Cri­si della Farnesina e la Ong per cui lavorava si sono subito messe in contatto con noi. Il sapere che sia il governo italiano sia la sua organizzazione erano pre­senti e attivi nel prodigarsi per riportarlo a casa è sta­to la forma di supporto più efficace”. Ma nel periodo del rapimento, i momenti di silenzio possono esserci, più o meno lunghi, fatti di vuoto, ri­spetto a notizie che sembrano non arrivare mai. 

Investiti dall’angoscia dell’impotenza, a volte meno lucidi di quello che sareb­bero in ogni altra circo­stanza, i familiari hanno bisogno di un supporto che li aiuti a gestire le par­ticolari esigenze legate all’attesa. Non sempre si rendono conto che il loro comportamento potrebbe influenzare il delicato equi­librio che sostiene in vita l’ostaggio stesso. “Nei mo­menti di silenzio, è facile cadere nella tentazione di smuovere le acque, maga­ri mobilitando i media e fi­nendo, contrariamente alle intenzioni, per dare van­taggi solo ai sequestratori” avverte Giovanna. 

Non essere abbandonati, per i familiari, significa an­che questo: avere qualcu­no che li aiuti ad affrontare tutte le problematiche che un sequestro porta con sé, non solo il rapporto con la stampa, ma anche la gestione di tutta la parte buro­cratica e legale a tutela della persona rapita, fino ai rapporti con gli altri componenti della famiglia, che sotto stress non sempre reagiscono nello stesso modo. 

Un supporto che Giovanna, insieme ad altri familiari ed ex-ostaggi, ha deciso di dare attraverso Hosta­ge Italia, una giovane associazione no-profit che ha come obiettivo quello di fornire supporto ai familiari di persone rapite e agli ostaggi stessi. 

Un bisogno, quello dei fondatori, vissuto sulla loro pelle, ricorda Giovanna: “Mia figlia, che vive a Londra, durante la prigionia di Federico ha avuto la fortuna di riceve­re un supporto molto si­gnificativo da Hostage UK. Anche noi di Hostage Italia come crediamo che sentirsi liberi di parlare e di avere uno scambio con chi ha vissuto la stessa esperienza pos­sa aiutare i familiari a non perdere fiducia e a sentir­si accompagnati qualora ne avessero bisogno, da un punto di vista psicologico, ma anche pratico”. 

E se c’è un ‘durante’ il sequestro, anche il ‘dopo’ non è meno difficile. Cosa accade dopo la liberazione di un ostaggio? “La persona che rientra a casa dopo un sequestro è diversa da tutto quella che era prima. Con il rientro, l’esperienza del sequestro porta con sé strascichi enormi. Chi torna è debilitato da diversi punti di vista e la sua famiglia si trova nella sua stes­sa situazione. Anche in questa fase si ha bisogno di essere seguiti da medici specializzati, terapeuti, ma anche avvocati, consulenti finanziari, e così via” so­stiene Rita Russo, vice-presidente di Hostage Italia. 

Se dunque la liberazione chiude un capitolo dramma­tico, il riadattamento alla normalità è un procedimen­to complesso. “Ostaggi e familiari devono trovare un nuovo modo di relazionarsi. Sono ferite psicologiche profonde le cui tracce potrebbero anche non vedersi subito” rafforza Rita. 

“Come Hostage Italia noi agiamo solo su richie­sta spontanea da parte degli ex ostaggi e dei loro familiari. Ci poniamo come obiettivo quello del suppor­to tra pari, credendo che il confronto con chi ha vissuto la stessa drammatica espe­rienza sia di fondamentale aiuto per gestire e superare traum i del genere, ma non solo. Stiamo costruendo un network di professionisti che possa accompagnare le famiglie nella gestione di tutto quello che – dal pun­to di vista psicologico, ma anche burocratico, econom ­ico, e così via – si deve affron­tare in questi casi, che quasi sempre trova le persone im­preparate”. 

Sì, perché a essere prepara­ti – come spiegano Giovanna e Rita -non dovrebbe essere solo il personale che parte. Si tratta di creare una cultu­ra, anche nelle aziende, sul tema del sequestro, che an­cora non c’è. 

Ne è un esempio, come di­cevamo prima, la gestione con la stampa. Durante il sequestro di suo figlio, Gio­vanna ha sempre seguito i consigli ricevuti dall’Unità di Crisi. “Quando per mesi non sai nulla e ti trovi nell’incer­tezza totale, vorresti urlare al mondo ‘Ricordatevi di Fe­derico!’. Invece ho compre­so come il silenzio possa aiutare, rendere invisibile la persona sequestrata, e l’in­visibilità, nel nostro caso, ha portato all’esito positivo del sequestro. Siamo consci che non esiste un percorso che valga per tutti. Ma la linea d’azione ha bisogno di esse­re sempre concordata con le autorità, che devono poter governare tutte le fasi del sequestro senza interferen­ze” -conclude Giovanna.  

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