Alberto Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 per una missione umanitaria promossa dalla ONG Humanity & Inclusion, impegnata nel sostegno alle persone con disabilità. Il 15 novembre, mentre si stava recando da Caracas a Guasdualito, insieme all’autista della ONG, il cooperante veneziano è stato fermato a un posto di blocco, arrestato, ed è tuttora detenuto in isolamento nel carcere El rodeo I, a circa 30 Km dalla capitale del paese sudamericano.
Nessuna accusa formale è stata resa pubblica nei suoi confronti ma, secondo alcune fonti, Trentini sarebbe sospettato di terrorismo. Fin dall’inizio, il suo caso è stato considerato estremamente delicato dalla Farnesina, che ha attivato i propri canali diplomatici per ottenere chiarimenti e sollecitare la sua liberazione.
Dopo mesi di silenzio, sono emersi i primi segnali di una possibile apertura da parte del governo venezuelano: Trentini ha potuto effettuare una telefonata ai familiari dopo 181 giorni di detenzione, lo scorso 16 maggio, mentre si attende l’autorizzazione alla prima visita consolare.
La vicenda si inserisce in un contesto politico particolarmente teso, dato che il Venezuela negli ultimi mesi – soprattutto dopo le elezioni del luglio 2024 che hanno portato Maduro alla presidenza del Paese per un terzo mandato – si è accentuata la repressione verso oppositori, dissidenti e cittadini considerati sospetti. Alberto Trentini stesso, il giorno prima dell’arresto, aveva manifestato la volontà di dimettersi attraverso un messaggio inviato a un collega della ONG, evidenziando le crescenti difficoltà operative nel Paese.
Oltre al comitato “Alberto Trentini Libero” e al digiuno a staffetta lanciato dai familiari dell’operatore veneziano nel mese di marzo, si è attivata anche la ONG Humanity & Inclusion, per la quale Trentini lavorava, che ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione. Il documento ha raccolto oltre 90.000 firme, contribuendo a mantenere alta l’attenzione sul caso a livello internazionale.